sabato 27 ottobre 2018

Di Maio versus Draghi

Nella polemica tra Di Maio e Draghi ha ovviamente ragione Di Maio. O, meglio, ha ragione Paolo Savona.
Draghi avrebbe dovuto distinguere i rischi del sistema Italia e distinguere quali sono le  possibilità di intervento della BCE. Avrebbe dovuto correttamente dire che l'aumento del pagamento degli interessi sul debito (semplificato ormai urbi et orbi nello "spread") è un problema di medio-lungo periodo che riguarda lo Stato italiano e su cui la BCE non interverrà. Ma dallo stesso problema deriva un rischio per la tenuta del sistema bancario italiano e quello È PIENAMENTE un rischio di competenza della BCE. Invece che gettare dubbi allarmistici ("avvelenare il clima", locuzione perfetta) Draghi avrebbe dovuto dire che è compito della BCE evitare che il sistema bancario italiano entri in crisi.
Alla obiezione che gli sarebbe stata posta, ovvero che per evitare ciò, gli strumenti a disposizione della BCE sono gli stessi che impedirebbero allo spread di aumentare, ab origine, (e quindi avrebbe finito per aiutare lo Stato italiano, ciò che non è suo compito) Draghi avrebbe dovuto e potuto correttamente dire: "La BCE farà solo quanto sarà necessario. E sarà sufficiente". Fine della storia. Lo spread sarebbe tornato a 200 nel giro di pochi giorni e lì sarebbe rimasto fino alle elezioni europee.
Perchè Draghi non l'ha fatto? La risposta è semplice. Draghi non è lì su quella poltrona a Francoforte come italiano o finto italiano. Non deve dare giudizi tecnico-economici (che il presidente della BCE debba essere un economista è, in fondo, un incidente di percorso). Draghi compie azioni POLITICHE e presidia un POTERE POLITICO che è quello eminentemente oligofinanziario. Ragiona come un politico che detiene un potere. Ma in questo scontro di potere in atto è, al momento, dalla parte del clan perdente (i poteri oligofinanziari non sono un monolite, anzi, si scontrano spesso - continuamente - al loro interno) o forse sarebbe più corretto dire, deve tenere in equilibrio più piatti sull'asticella come un bravo funambolo.
Per cui, all'Italia va data libertà di manovra ma al tempo stesso la si deve tenere al guinzaglio, un guinzaglio né troppo stretto, né troppo lungo. Hai visto mai, infatti, che al cagnolino Italia cominci a piacere un po' troppo la libertà?

lunedì 4 giugno 2018

In morte di Soumaila Sacko


Ma a voi sembra normale che un ragazzo nel pieno delle sue forze fisiche e morali, invece di lottare per i propri diritti nel suo Paese e cercare di costruire lì uno Stato più forte ed indipendente, venga catturato in un sistema che tritura le vite e lo porta a farsi schiavo in un Paese straniero e a vivere in una baracca come un animale? E ad essere ammazzato come un cane?
In questa fase storica l'emigrazione di massa è un perverso e perfetto ingranaggio di quel sistema più ampio che si chiama sviluppo capitalistico. In tale ingranaggio va messa una zeppa e quindi bloccato o continuerà a produrre morte e sfruttamento, senza fine. 
Questo è ciò su cui le nostre comunità devono intervenire come obiettivo primario. Le grida al razzismo di stato da parte di chi, finora, non ha fatto altro che creare un business sulle tragedie altrui, fanno solo e letteralmente schifo. 
Non li voglio nemmeno aiutare a casa loro. Che ci restino a casa loro e si aiutino da soli, ne hanno tutte le risorse e possibilità, e si oppongano con tutte le loro forze a noi "occidentali" da cui finora hanno avuto riservato solo il peggio che il nostro mondo abbia prodotto.  
Si badi bene, sia da quelli che li volevano scientemente sfruttare, sia da quelli che pensavano di "educarli". La civiltà africana non ha bisogno della nostra civiltà razzista, tanto meno nella variante "buonista".

giovedì 10 maggio 2018

Il capolavoro


A tutti quelli che “Ti rimandiamo a vendere le bibite al San Paolo”.
A tutti quelli che “Giggino o ciuccio” o “Giggino 'a poltrona”.
A tutti quelli che “sono incapaci, sono inesperti”.
A tutti quelli che “ma la squadra di governo non si presenta mica prima!”.
A tutti quelli che il 5 marzo “Già pronto il governo col Pd, la lista dei ministri sorosiani e la Bonino agli Esteri”.
A tutti quelli che “Honestààààà”.
A tutti quelli che “Traditori!”.
A tutti quelli che “il MoVimento ora si sfascia”.
A tutti quelli che "è la prima volta che un milanese frega un napoletano".
A tutti quelli che "per fortuna che abbiamo Mattarella come presidente".
A tutti i Galli della Loggia e a ciò che rappresentano: A brutti! (punto esclamativo) È ora che ve ne annateeeee!!! (tre punti esclamativi).
A tutti quelli che di mestiere fanno i rancorosi sul web.
A tutti quelli che hanno sempre capito tutto ma non ci azzeccano mai. Anzi, quasi mai. Non azzeccarci mai sarebbe già una dote che li eleva oltre la loro perenne mediocrità.
A tutti quelli che “comunque il merito è stato tutto di Salvini”. Che, per carità, nessuno glieli nega i meriti sacrosanti ma… anche sticazzi!

E adesso comincia il bello ed il difficilissimo: ridare (o forse dare, per la prima volta) una sovranità popolare a questa Repubblica. 



Morphing: Di Maio - Salvini

mercoledì 25 aprile 2018

Silvio, ancora tu?! Come uscire dal reality show

Il dato politico più importante di questi ultimi giorni è il seguente: Nino Formicola, il Gaspare di quello che fu il noto duo comico Zuzzurro e Gaspare, ha vinto l'Isola dei Famosi.
È l'immagine di una Italia nostalgica, quando la comicità era quella roba da Drive In che, tra un blocco pubblicitario ed un altro, ti faceva ridere per venderti meglio un prodotto. Stavamo meglio, forse, in quell'Italia. Avevamo la lira invece dell'euro. A Roma c'erano i rituali paludati della politica ma Milano era tutta da bere.
Formicola è anche l'immagine di un uomo che ha avuto soldi e successo e poi si è trovato nel cono d'ombra della solitudine e dell'oblio. Ha attraversato momenti duri e bui ma ha avuto la forza, ormai avanti negli anni, di rialzarsi e conquistare una nuova possibilità di vittoria. Come un lampo, dentro al televisore, si è ripreso la scena.
Insomma, Silvio Berlusconi ha vinto l'Isola dei Famosi.
La politica è un reality show, ormai. Ne ha tutti i meccanismi drammaturgici. Basta vedere le vicende di queste consultazioni post-elettorali per la formazione del Governo. Complotti, tranelli, gossip, intrighi, scandali e scandaletti. Quelle dei politici non sono più storie umane ma “percorsi”. Su tutto, tanto tanto tanto chiacchiericcio da salotto televisivo, che si spande su ogni palinsesto. Se la politica è un reality show, è evidente che il dott. Silvio si riprenda la scena. È un maestro in questo.
C'è tuttavia un dato di realtà politica, non di reality, che è insopprimibile. Il M5S e la Lega, le due forze che sono uscite rafforzate dalle elezioni e che rappresentano il cambiamento rispetto alla politica tradizionale, hanno insieme la maggioranza in Parlamento. Sono anche maggioranza nel Paese, oltre che per numeri, dal punto di vista sia politico che sociologico. Nella realtà queste due forze un accordo di governo l'avrebbero già raggiunto, ma nel reality c'è Silvio di mezzo. E Salvini non può certo abbandonare l'alleato poiché, è regola non scritta ma perentoria, se tradisci l'amico e lo mandi in nomination per vincere il programma, e il pubblico se ne accorge – se ne accorge sempre – poi al televoto ti massacra.
E allora bisogna uscire dal reality e tornare alla realtà.
Ci sono due percorsi possibili (uno non esclude l'altro), partendo dal dato insopprimibile della maggioranza numerica e socio-politica, per renderla effettiva maggioranza parlamentare.
Il primo percorso è lineare: si prende atto che il centrodestra non può dividersi in questa legislatura. È anche giusto. I molti candidati dell'uninominale sono stati eletti con i voti della coalizione, non dei singoli partiti.
Indipendentemente dalla formazione di un Governo, si formi dunque un asse parlamentare tra M5S e Lega che si accordi essenzialmente per fare due cose: predisporre un DEF (Documento di Economia e Finanza) condiviso ed il più dettagliato possibile, ipotecando così la manovra finanziaria che sarà approvata a fine anno. Ciò si può realizzare nelle commissioni parlamentari o creando un tavolo programmatico apposito.
Fare, quindi, una nuova legge elettorale che tolga di mezzo le coalizioni. Il sistema spagnolo, già proposto dal M5S nella scorsa legislatura, andrebbe benissimo: un proporzionale con collegi piccoli che tende a premiare le formazioni più grandi ma salvaguardando quelle con forte insediamento territoriale. A settembre-ottobre si torna a votare.
Nel futuro Parlamento l'accordo di governo tra M5S e Lega sarebbe così uno sbocco del tutto naturale. Le due forze potrebbero siglare un accordo tra gentiluomini sulla base dei rispettivi rapporti di forza per la guida del Governo. Se una delle due forze prevalesse nettamente, ad esempio con oltre dieci punti di margine, esprimerà senz'altro la Presidenza del Consiglio. In caso contrario sarà una scelta condivisa, magari su una figura terza.
Il secondo percorso è spettacolare (in senso situazionista): Di Maio dovrebbe ingaggiare direttamente Berlusconi senza preoccuparsi ormai di rimetterlo in tal modo al centro della scena, che si è già conquistato da solo.
Ingaggiarlo significa sottrarlo al reality ed inchiodarlo alla realtà: incalzandolo, stanandolo, soverchiandolo di proposte e costringendolo a rispondere sui dati reali. Anche durante faccia a faccia, in streaming, in televisione: ci sta a fare una legge di riforma del sistema radio-televisivo? Una legge sul conflitto di interessi? Sulla lotta alla corruzione?
Andare a vedere ogni suo bluff anche a costo di farci un governo insieme, purché il M5S ne abbia un effettivo controllo (anche senza la presidenza del consiglio a Di Maio ma su una direttrice solida con la Lega) per alzare continuamente la posta del rinnovamento, sfidandolo. Così dimostrando ciò che il dott. Berlusconi è in realtà: un uomo anziano e stanco, strenuamente aggrappato al potere per difendere i suoi interessi, non quelli del Paese. Solo in questo modo il centrodestra potrebbe lacerarsi ed implodere, ed a farlo saltare potrebbe essere lo stesso Berlusconi. Ma M5S e Lega la maggioranza ce l'hanno anche senza di lui.
Ah, Nino Formicola ha svelato il segreto della sua vittoria all'Isola dei Famosi. Non si è comportato come un concorrente ma come un normale spettatore. Vuoi vedere che, a questo giro, anche sessanta milioni di spettatori italiani possono vincere il loro reality show?

domenica 15 aprile 2018

Previsioni sulla situazione internazionale


Negli scorsi anni, in un paio di snodi fondamentali dei fatti internazionali (gli attacchi terroristici a Charlie Hebdo a Parigi e l'elezione di Donald Trump), mi è capitato di scrivere degli articoli in cui, oltre alle analisi, mi lanciavo in previsioni su quella che sarebbe stata la situazione internazionale in divenire. Esercizio utile per verificare se le categorie analitiche che si utilizzano sono valide per interpretare la realtà.
Rileggendo quegli articoli ora, a tre anni e un anno e mezzo di distanza, appaiono in buona parte esatti. Vi sono contenuti ovviamente errori ed approssimazioni, le scansioni temporali sono sbagliate, tuttavia nel merito colgono i nessi fondamentali. 

Circa quanto scrivevo nel primo articolo, oggi si può rilevare, sulla Libia, come il generale Haftar abbia condotto una politica dei due forni, mantenendo buone relazioni anche con la Russia, senza indispettire troppo l'Occidente. La parte più filo-occidentale appare quella tripolitana rappresentata da Al-Serraj. Ora Haftar sarebbe gravemente malato (attenzione ai segnali: ricoverato in un ospedale di Parigi). La situazione libica è ancora molto incerta ma il controllo delle potenze occidentali non pare in pericolo.
Sulla Siria, quello che definivo “congelamento” sembra essersi ormai consolidato in una sorta di spartizione delle zone d'influenza. La piena sovranità nazionale siriana non sembra ripristinabile. 

Anche sul secondo articolo si possono svolgere alcune considerazioni, col senno di poi: la distensione con la Russia in realtà non è avvenuta. La tensione diplomatica rimane altissima anche perché la fronda interna agli Stati Uniti che preme per normalizzare Trump (ovvero prosciugargli ogni possibile tentazione di autonomia dal deep state) spinge ancora molto sui rapporti con la Russia impedendo al presidente americano qualunque forma di distensione che sarebbe subito tacciata di intelligenza col nemico. Ma non è escluso che, se la situazione interna americana si normalizzasse, tale distensione potrebbe avviarsi.
Per quanto riguarda il Medio Oriente, l'attacco allo sciismo politico sembra essere appena all'inizio. Nei prossimi due anni una guerra di grosse dimensioni che ingaggi sempre più l'Iran, per procura o stavolta direttamente, appare sempre più probabile. Su un altro scacchiere, la tensione sul Venezuela non sembra destinata ad ammorbidirsi. Anche qui, il rischio di una guerra è sempre incombente.

Ripropongo dunque i punti salienti delle previsioni (in coda i link per chi volesse rileggerli integralmente anche nella parte di analisi).

 
Dall'articolo: “Destabilizzare per stabilizzare. Vale anche per gli attacchi di Parigi?” (gennaio 2015): 


"Cosa dobbiamo aspettarci nel prossimo futuro, in uno scenario di sei mesi, un anno? Nessuna sfera di cristallo. Facciamo ipotesi che potranno essere falsificate dagli eventi, che naturalmente non si evolvono per forza in modo lineare.
1. I canali di sostegno al jihadismo, in particolare i miliardi delle petromonarchie del Golfo, saranno progressivamente prosciugati. Ciò dovrebbe portare al prevalere in Libia delle componenti più filo-occidentali (come le milizie del generale Khalifa Haftar) senza escludere un nuovo intervento diretto delle potenze occidentali, come successo al tempo della caduta di Gheddafi, stavolta per combattere il terrorismo islamico. Stesso scenario per l'Iraq, dove il Califfato verrà ridimensionato e forse sconfitto da un rinnovato impegno congiunto tra forze occidentali e irachene. Più complicata la risoluzione della crisi siriana in cui Assad, sostenuto da Russia e Iran, ha resistito magnificamente ai colpi jihadisti e dove non si scorge al momento una componente sul terreno su cui l'Occidente possa fare leva. Ritengo dunque probabile una sorta di congelamento sul campo ricostituendo ex novo una forza di intervento che possa agire sotto ordine diretto e non più per procura.
2. Si potrà assistere all'inaugurazione di un processo di democratizzazione dell'Arabia Saudita, magari solo di facciata ma sufficiente per scongiurare l'imbarazzo dell'alleanza ingombrante con il wahabismo islamico più retrogrado. Il dito sarà puntato verso la Turchia, la cui dirigenza dovrà moderare il suo profilo musulmano e l'appoggio ad alcune componenti radicali.
3. A rischiare di saltare sul crollo del prezzo del petrolio sarà prima il Venezuela bolivariano che il settore shale americano.
Infine non si può evitare di spendere alcune parole sulla straordinaria operazione di psicologia di massa successiva agli attacchi parigini. Si poteva pensare ad un assist clamoroso alle politiche antieuropee ed anti-immigrazione di una Marine Le Pen già in ascesa, invece tale eventualità è stata sventata dalla mobilitazione per l'unità nazionale repubblicana che si è fatta interprete ed ha cavalcato tanto le paure quanto l'orgoglio nazionale, mettendo proprio la Le Pen in un angolo. […] E di certo non sarà sprecata la cascata di isteria islamofoba, che è andata a conficcarsi nelle coscienze di milioni di persone, anche quando il Califfato dovesse essere sconfitto. Ci sarà pur sempre un altro nemico da sventolare per risvegliarla. Se non sarà più in scena lo jihadismo, sarà fabbricato lo spauracchio fraudolento delle orde sciite fanatiche, armate di bomba atomica, pronte a distruggere il mondo".



Dall'articolo “Trump è la fine del '900 non dell'Impero americano” (novembre 2016):


"Le élite americane hanno scelto di porre Donald Trump alla guida pro-tempore dell'Impero non perché il sistema sia impazzito, ma perché è sembrato essere il candidato più adatto per questo tempo. Come lo sono stati Reagan, Clinton o lo stesso Obama. Tutti presidenti formidabili per il loro tempo, dal punto di vista dell'Impero.
A Trump, o meglio alla sua Amministrazione, saranno affidati questi compiti.
Ripristinare e proteggere l'economia interna ricostruendo le sue basi fondamentali. Stati Uniti di nuovo come motore produttivo, manifatturiero, con piena occupazione. Fine delle delocalizzazioni selvagge.
Distensione con la Russia ma senza cedere nulla di quanto conquistato finora. Congelamento dello status quo, fine delle aggressioni, reciproco rispetto formale e collaborazione laddove gli interessi fossero convergenti.
Massima competizione commerciale ed economica con la Cina ma senza spingere al momento sull'acceleratore del confronto militare. Massimo sostegno alla cintura di contenimento anti-cinese sul Pacifico, dalla Corea del Sud al Giappone, dalle Filippine al Vietnam, dalla Thailandia al Myanmar. La Cina, per ora, non va affrontata ma accerchiata e colpita ai fianchi. Sul medio periodo si dovrà alzare sempre più l'asticella della competizione globale e porre Pechino davanti ad una scelta strategica: accettare la supremazia americana in cambio di una parziale condivisione dei dividendi dell'Impero oppure il confronto militare, sempre più aggressivo.
Concentrarsi nell'immediato sullo scacchiere mediorientale, lo scenario più urgente. Fine della sponsorizzazione del jihadismo sunnita, che ha esaurito in quell'area la sua funzione, e spinta verso la democratizzazione delle petromonarchie del Golfo, a partire dall'Arabia Saudita. Il nemico principale, tuttavia, torna ad essere lo sciismo politico e i suoi alleati, il cosiddetto asse della resistenza, e il suo centro nevralgico, l'Iran.
Sostanziale freddezza per tutto l'apparato delle organizzazioni e dei trattati sovranazionali. Si favorirà il ritorno agli stati nazionali a sovranità controllata. Organizzazioni come l'Unione europea hanno fatto il loro tempo. Non saranno difese ad oltranza se lo spirito del tempo spingerà verso la loro dissoluzione".

Per chi volesse leggere integralmente gli articoli, soprattutto per la loro parte di impostazione analitica:
Destabilizzare per stabilizzare. Vale anche per gli attacchi di Parigi?

Trump è la fine del '900, non dell'Impero americano

venerdì 13 aprile 2018

L'Italia, l'alleanza occidentale e la Siria

Nell'articolo raggiungibile al link in coda a questo commento, potrete leggere una analisi assennata e ragionevole sulla situazione diplomatica e politica in relazione alla Siria: rispettare l'alleanza atlantica (finché essa è in corso e non sia, eventualmente, ridiscussa) non vuol dire accettare di avere un ruolo, anche di solo appoggio logistico, in ogni avventura bellica decisa dagli Usa o da altri paesi europei. 
La situazione italiana è poi peculiare. 
Sul nostro territorio abbiamo sia basi Nato che basi semplicemente americane. Per le prime dovrebbe essere chiara la loro indisponibilità: la Nato è una alleanza difensiva e la Siria non sta minacciando alcun paese dell'alleanza (anzi, è il contrario). 
Sulle basi americane il discorso è delicato: cosa prevede il trattato sul loro utilizzo? L'Italia è sovrana? Può decidere se concedere o meno le basi per un loro utilizzo specifico in un dato frangente? È tempo che il nuovo Governo, quando nascerà, risolva questa questione e verifichi se ci sono clausole segrete (sottratte alla conoscenza del Parlamento) circa il nostro stato di sudditanza verso gli Stati Uniti. 
Abbiamo perso un guerra ma sono trascorsi anche settanta anni da quella sconfitta. Sarà ora di poter tornare a decidere del nostro destino? 

La differenza tra alleati e zerbini


martedì 10 aprile 2018

Di Maio, la coerenza e la Realpolitik

Destano scandalo, in certi ambienti che hanno qualche rappresentanza sui social, molto meno nella società, le posizioni politiche che sta assumendo Luigi Di Maio. La cosiddetta “apertura” al Pd per la formazione di un nuovo governo e l’aver ribadito, nel messaggio all'uscita dalle consultazioni con il presidente Mattarella, la volontà di rimanere nell'alleanza occidentale, nel Patto atlantico, nella Ue e nell'euro, sono state salutate come un tradimento, l'ennesima giravolta, un esempio di magnifica incoerenza.
In realtà, niente di nuovo sotto il sole.
Durante la campagna elettorale Di Maio ha ripetuto, come un mantra, che in caso di mancata maggioranza avrebbe rivolto un appello a tutte le forze politiche (a tutti i gruppi parlamentari) per formare un governo a guida 5 stelle partendo dal suo programma ma raccordandolo con le altrui priorità. Dunque, Di Maio sta perfettamente rispettando il mandato elettorale nel momento in cui si rivolge alla Lega ed al Pd per instaurare un confronto da cui possa scaturire un accordo di governo sulla base di un contratto programmatico “alla tedesca”.
Nemmeno le pretese novità sulla linea politica (Nato, Ue, euro) sono nuove, anzi, erano state anche queste chiaramente espresse durante la campagna elettorale.
In più di una occasione Di Maio aveva ribadito di volere mantenere l'Italia all'interno delle alleanze politico-militari occidentali. Non per questo, in linea con quanto espresso nel programma elettorale, si dismette la volontà di aprirsi al multilateralismo, di cessare la russofobia imperante revocando le sanzioni a Mosca e ritirando l'Italia dalle esercitazioni militari in Europa orientale (e da altre missioni di guerra come in Afghanistan).
Nella visione complessiva del MoVimento, l'Italia dovrebbe riconquistarsi nel contesto internazionale il primato di grande mediatore diplomatico e di pace, ruolo che aveva già svolto, durante la guerra fredda, verso l'Urss o nel Mediterraneo. Un ruolo che si erano faticosamente ritagliati statisti come Andreotti, Moro, Craxi, che erano tuttavia legati a doppio filo con l'Occidente. Ruolo che lo stesso Berlusconi ha cercato di giocare, più recentemente, salvo poi tradire in maniera clamorosa gli interessi nazionali (si veda il caso Libia). Certamente non la stessa statura di un Aldo Moro che ha invece pagato con la vita quella sua visione da statista.
Circa le relazioni europee, il MoVimento non ha mai espresso la volontà di uscire dalla Ue (e nessun partito con un seguito di massa, nemmeno la Lega, ha mai sostenuto questa posizione), quanto semmai di voler ridiscutere profondamente le politiche europee, soprattutto quelle relative all'austerità, e laddove tali politiche fossero diretta conseguenza di norme dei Trattati, ridiscutere i Trattati. Solo in seguito al fallimento di tale confronto si potrà rivalutare la strategia. Si può ritenere questa linea politica velleitaria ma non si può tacciarla di incoerenza o gridare al tradimento. Essa è sempre stata delineata in maniera chiara.
Qualcosa di simile vale per l'euro. La posizione dei 5 stelle è sempre stata di considerare la moneta europea come tecnicamente sbagliata e di non essere stata adottata, previo ampio dibattito pubblico, col consenso formale degli italiani. Per questo si era evocata la possibilità di un referendum consultivo e si era proceduto con una raccolta firme per rafforzare la proposta e far diventare prioritario nell'opinione pubblica il dibattito sull'euro. Da lì, la linea politica si è evoluta, non è cambiata nei suoi fondamentali.
Di nuovo, nemmeno i responsabili economici della Lega, che è il partito di massa più euroscettico, sostiene che si debba (che si possa) uscire dall'euro domattina. Anzi, a meno di voler innescare una catastrofe, si prospettano una serie di passaggi preparatori necessari, ognuno dei quali positivo in sé per il sistema paese (come una forte banca pubblica, la creazione di monete alternative, ecc.), che all'esito definitivo potrebbero anche non portare all'uscita unilaterale dalla moneta unica. Tutto dipende dalle condizioni e dall'evolversi delle condizioni.
La linea del M5S, abbracciando totalmente un approccio di Realpolitik, è proprio quella di verificare e interagire con tali condizioni che dipendono da innumerevoli fattori economici, sociali, politici e soprattutto dai rapporti di forza internazionali. Solo un paio di anni fa le condizioni politiche erano diverse dalle attuali e vediamo sotto i nostri occhi quanto si modifichino in fretta. Approcciare tali questioni in senso dogmatico non condurrebbe ad alcun esito favorevole. Sarà una sfida e un confronto che richiederà enorme capacità politica. Si può pensare che la dirigenza pentastellata sia del tutto inadeguata per tale scopo, ma questo processo è stato ben spiegato in campagna elettorale e gli elettori in buona parte hanno dato loro fiducia. Dunque non è in corso alcun tradimento.
Il MoVimento Cinque Stelle è una forza politica post-ideologica. Una forza populista, nel senso alto del termine. Essa si muove costantemente nel perimetro politico del possibile. Non è una forza avventurista, né estremista, né antisistema. È una forza di cambiamento, anche radicale, ma non rivoluzionaria in senso classico. Siamo appena all'inizio di un percorso che si preannuncia lungo ed incerto. Tatticismi e strategie si alterneranno prima che questa fase si esaurisca e si potranno cominciare a dare alcuni giudizi perentori.

venerdì 30 marzo 2018

M5S-Lega: questo matrimonio non s'ha da fare?

Secondo diversi analisti dalle urne del 4 marzo sarebbe uscito un «nuovo bipolarismo».
Il M5S sarebbe la «nuova sinistra» (cit. Eugenio Scalfari) a cui il Pd dovrebbe disperatamente aggrapparsi per non sprofondare ancora. A destra la Lega di Salvini avrebbe ormai egemonizzato quell'area relegando il vecchio Berlusconi ad un ruolo di comprimario.
I propugnatori del neobipolarismo, coerentemente, auspicano che la partita per il governo della XVIII legislatura finisca con un accordo tra M5S e Pd. Il Fatto Quotidiano, con Travaglio e Padellaro, è il più schierato su tale ipotesi. Ad avviso di chi scrive compiono un errore fondamentale poiché confondono i desideri con le analisi.
Ragionando ancora in termini di dicotomia destra/sinistra, costoro ritengono tale sbocco come il più naturale. Si andrebbe a riformulare un bipolarismo analogo a quello conosciuto nella seconda Repubblica, con attori più o meno diversi ma giocato nello stesso teatro. Sarebbe quanto di più innaturale, invece. Una sola considerazione sarebbe sufficiente ad abbattere tale prospettiva.
Una alleanza tra 5Stelle e Partito Democratico, ancor prima di cominciare a lavorare, dovrebbe smantellare l'eredità lasciata dai governi nella legislatura precedente.
Dunque fare a pezzi la legge Fornero, il Jobs Act, la cosiddetta BuonaScuola, il decreto Lorenzin sulle vaccinazioni obbligatorie... La lista potrebbe continuare.
Di converso, oltre a quelli citati, si potrebbero enumerare decine di punti su cui costruire una convergenza construens tra M5S e Lega. Certo, ci sono anche differenze, talune profonde, culturali (“genetiche” come ebbe a dire il neo presidente della Camera Roberto Fico – che pure dai leghisti è stato votato – ) e specialmente alcune ricette economiche.
Forse reddito di cittadinanza e flat tax non sono compatibili, ma, in una prospettiva di governo non è detto che esse debbano essere implementate immediatamente e insieme. Come ha sostenuto il responsabile economico della Lega, Claudio Borghi, se Salvini gli desse l'ordine, in una settimana lui l'accordo coi 5stelle lo troverebbe. Del resto, fuori dai titoli e guardando alla sostanza, sia il sostegno alla povertà accompagnato dalla creazione di nuova occupazione che una importante riduzione della tassazione sono principi cardine nei programmi di entrambi.

Ma non solo di programmi si tratta. È qualcosa di molto più strutturale e profondo.
Se si abbandonano vecchi schemi interpretativi, la realtà può apparire del tutto diversa. Non più destra/sinistra ma sopra/sotto. I blocchi sociali che hanno determinato la vittoria elettorale di M5S e Lega possono essere anche diversi (almeno in parte) ma anche del tutto complementari. Sono i blocchi sociali di chi sta “sotto”, usando tale termine non in maniera enfatica ma politica. Non sono necessariamente poveri (e ci sono anche quelli, eccome) ma sono sotto in quanto esclusi. Sono i perdenti e impoveriti di quella globalizzazione che non ha condotto le masse popolari verso magnifiche sorti e progressive. E allora si possono trovare dalla stessa parte della barricata imprenditori (specie se piccoli) e operai; disoccupati giovani, magari molto qualificati, e disoccupati adulti con poca qualificazione; lavoratori autonomi a cui non basta nemmeno più l'evasione di sopravvivenza e dipendenti statali che faticano ad arrivare a fine mese; giovanissimi senza alcuna prospettiva ed anziani con pensioni da fame. È l'Italia che ha bisogno di un nuovo patto sociale: sul lavoro, sul fisco, sul risparmio, sull'istruzione, sulla previdenza.
Dal punto di vista geografico la rappresentazione è addirittura plastica ed emblematica. Per ragioni storiche ed antropologiche queste masse popolari hanno votato al sud prevalentemente per il M5S ed al nord per la Lega, ma i bisogni a cui chiedono risposta sono, in ultima analisi, gli stessi. E anche gli avversari da battere sono gli stessi, al sud come al nord.
Dall'altra parte c'è un blocco sociale sufficientemente numeroso ma in via di progressiva polverizzazione. Gode ancora di una rendita di posizione che gli arriva soprattutto dal passato. Tendenzialmente è anagraficamente avanzato. È scolarizzato e professionalmente attivo. È soprattutto urbano e risente marginalmente delle minacce alla sua sicurezza, sotto ogni aspetto. Politicamente è anch'esso diviso tra destra e sinistra, votando Pd, Forza Italia e altri partiti minori moderati, ma la possibilità di una sua fusione è molto più prossima di quanto possa apparire in superficie.
Sociologicamente è rappresentato da Maria De Filippi. Sotto i riflettori del suo salotto televisivo, analogo a tanti salotti italiani, possono tranquillamente stringersi la mano, senza inorridire, i tanti Saviano e i tanti Briatore che popolano questa Italia.
Questo establishment che ha governato a fasi alterne il Paese dagli anni '90 (ma, in forme diverse, anche prima) ha due modi per mantenersi ancora al potere. Unendosi, superando la dicotomia destra/sinistra e trovando una nuova rappresentanza politica, e sperando che gli avversari non facciano altrettanto. Oppure rimanere nello stesso schema di gioco tradizionale alleandosi strumentalmente con una delle parti avversarie, in questo modo neutralizzandone le aspirazioni e dinamiche volte ad un radicale cambiamento. È ciò che ha fatto Berlusconi con la Lega di Bossi in tutti questi anni, con una operazione efficacissima e geniale. Ma le basi sociali che consentivano con successo quell'operazione si stanno sfaldando. Il giochino non regge più e si rompe.
Come si diceva, la nuova polarizzazione dettata dalla forza della storia è tra coloro che dallo status quo hanno ancora qualcosa da sperare ed aspettarsi (fossero anche briciole) e coloro che dallo status quo non hanno più niente da aspettarsi né da sperare.
Non è una prospettiva nuova, del resto. In particolari momenti di svolta della storia italiana si sono sviluppate saldature fra blocchi politici altrimenti divisi da linee di faglia (geografiche, sociali e culturali). In relazione ad esempio alla fase successiva all’unificazione dell’Italia, Antonio Gramsci individua un «blocco storico» dominante costituito dagli industriali del nord e dagli agrari del sud. Il concetto di “blocco storico” è una suggestione interessante anche in una situazione totalmente mutata, laddove vi sia comunque una saldatura di interessi che abbia l’ambizione di reggere un Paese con un compromesso di grande portata.
Negli anni '70 Berlinguer e Moro immaginarono proprio un “compromesso” (anche quello “storico”), tra le vaste comunità legate ai due maggiori partiti di massa dell'epoca, il PCI e la DC, per sottrarsi dalle rispettive tutele, sovietica e atlantica, e giocare una partita nazionale, oggi diremmo sovranista, appoggiandosi reciprocamente sulla forza popolare dell'altro.
In quel contesto fu lucidissimo Berlinguer quando comprese e scrisse che al PCI non sarebbe stato possibile governare da solo nemmeno con il 51%. Non si trattava di una considerazione numerica ma relativa ai rapporti di forza politici. Allora, come oggi, forze antagoniste rispetto al sistema (senza essere necessariamente anti-sistema) non sarebbero riuscite a governare senza avere alle spalle il consenso di ampie forze popolari, trasversali, provenienti dai vari blocchi che compongono la società.

È utile qui una digressione. Si sostiene che una alleanza populista nuocerebbe soprattutto al M5S che ha nel suo elettorato una forte componente di “sinistra”. Si tratta di considerazioni superficiali e miopi.
L'analisi dei flussi elettorali del 4 marzo realizzata da Ipsos è molto istruttiva. Un dato è sorprendente. Rispetto al 2013 solo il 76% di chi allora aveva votato per il M5S ha mantenuto il suo voto nel 2018. Significa 2 milioni di voti in meno per il MoVimento. E significa che sono stati conquistati ben 4 milioni di nuovi voti.
I voti in uscita sono andati nell'astensione o verso la Lega. I voti in entrata sono arrivati da precedente astensione, dai nuovi primi votanti (la fascia dei 18-23 anni), e, rispetto ai partiti, soprattutto da chi precedentemente aveva votato Pd e Scelta civica.
Questi ultimi, ad avviso di chi scrive, sono sì voti moderati ed instabili ma sono voti che chiedono un cambiamento forte, non sono voti continuisti. Non si sono spostati per vedere la stessa politica con facce nuove. Vogliono un'altra politica. Sono voti che si sono, socialmente, radicalizzati. Un accordo populista non li perderebbe e, anzi, consentirebbe di recuperare quei due milioni di voti che se ne sono andati in questi cinque anni. Viceversa sarebbe un accordo con il Pd ad essere molto più nocivo per il M5S che un accordo con la Lega, dal punto di vista elettorale.

Passando tuttavia dalla teorizzazione alla pratica politica, sarà davvero difficile vedere un governo con prospettiva di lungo periodo nascere da una alleanza tra M5S e Lega in questa legislatura. In primo luogo per rispetto dell'espressione popolare che non andrebbe mai manipolata.
La Lega si è presentata come parte di una coalizione. Buona parte dei parlamentari leghisti è stata eletta anche con i voti di Forza Italia e FdI nei collegi uninominali. L'etica politica impedirebbe a costoro di portare i loro voti a sostegno di un governo non voluto dall'intera coalizione, né al M5S di accettarli. Tuttavia ciò non impedisce che in questa legislatura, necessariamente di transizione, non si possano gettare i semi per un accordo futuro che possa essere sancito, in modo consapevole, dai rispettivi elettorati alla prossima tornata.
Perché ciò si verifichi sarà necessario partire da una nuova legge elettorale. Sarà forte la tentazione di andare allo show-down con un sistema maggioritario per le due forze vincitrici del 4 marzo. Tentazione comprensibile ma non auspicabile, per tutte le ragioni sopra esposte. L'Italia non ha bisogno di una forza politica minoritaria nel paese ma maggioritaria nelle urne che in maniera unilaterale e autosufficiente imponga le sue politiche. C'è bisogno di almeno una legislatura di concordia nazionale, un governo che goda di un'ampia base popolare, il più possibile trasversale ma omogenea negli obiettivi da perseguire, e che sia radicale nelle scelte da compiere.
Il popolo deve mettersi in marcia. Vedremo se qualcuno sarà capace di fermarlo.

mercoledì 21 marzo 2018

2 riforme istituzionali per uscire dalla palude

Le ultime elezioni hanno certificato che questa Italia politicamente in transizione, tripolarizzata, risulterà difficilmente governabile finché non si definiranno nuove composizioni politiche ed elettorali nel Paese. Vorrei in questa sede proporre due riforme istituzionali che potrebbero aiutare in questo frangente la governabilità e accompagnare il consolidamento di un diverso quadro politico. Si tratta di un nuovo sistema elettorale ed un nuovo strumento referendario di democrazia diretta.


Il sistema elettorale “duplex”.

La particolarità di questo nuovo sistema elettorale è che l'elettore potrà esprimere un voto duplice sulla scheda (da qui la denominazione). L'elettore troverà la scheda divisa in due parti, perfettamente identiche, riportanti ciascuna i simboli di tutte le liste concorrenti (liste singole, non coalizioni). Su ciascuna parte della scheda l'elettore potrà esprimere un voto per una lista, il voto 1 e il voto 2. Il voto 2 dovrà essere necessariamente diverso dal voto 1, altrimenti sarà nullo. L'elettore dunque avrà la facoltà di esprimere due voti per due liste diverse sulla stessa scheda.
La lista elettorale che sarà complessivamente più votata sommando i voti 1 e i voti 2, otterrà tanti seggi in proporzione al risultato ottenuto. I seggi rimanenti verranno distribuiti tra le altre liste in proporzione ai consensi ottenuti esclusivamente con il voto 1.
Facendo un esempio: L'organo elettivo si compone di 100 seggi. Una lista X ottiene il 40% dei voti 1 e il 10% dei voti 2 risultando, complessivamente, la più votata. Ottiene dunque il 50% dei seggi, pari a 50. Le altre tre liste che concorrono alla elezione (lista Y, W, Z) ottengono rispettivamente il 30% di voti 1, il 20%, e il 10%. Concorrendo per l'assegnazione dei 50 seggi rimanenti, la lista Y otterrà 26 seggi (invece di 30, se si fosse trattato di un proporzionale puro, e assegnandole in questo caso anche il seggio risultante dai resti), la lista W 16 seggi, la lista Z 8 seggi.
Il voto 2 risulta dunque essere un vero e proprio premio di governabilità/maggioranza alla lista complessivamente più votata, e funge da correzione di un sistema proporzionale altrimenti puro. A differenza dei premi elettorali vigenti in alcuni sistemi elettorali, che sono premi di entità fissa che scattano al raggiungimento di soglie fisse, nel sistema “duplex” il premio ha entità variabile e viene assegnato alla lista complessivamente più votata. È dunque il voto dell'elettore, nella sua piena e massima espressione, a definire sia l'ammontare del premio che la sua assegnazione.

Il “duplex” assomma dunque in sé le caratteristiche della massima rappresentatività del corpo elettorale, tipica di un modello proporzionale, e della governabilità consistente in un premio, anch'esso deciso dagli elettori, per la lista più votata.

A questo modello si potranno poi applicare, o meno, altri correttivi e tecnicalità varie (soglie di sbarramento, preferenze di lista, criteri di assegnazione dei resti, criteri di raccolta firme per la presentazione delle liste, ecc.) che però non intaccano l'essenza del sistema delineato.
La filosofia che sottende tale modello può essere osservata da diverse angolazioni.
Dal punto di vista dell'elettore, la facoltà di esprimere un voto duplice consente, in particolare per i sostenitori delle liste minori, di votare la lista/partito da cui si sente maggiormente rappresentato e al contempo fare ricorso ad un voto “utile” per indicare uno schieramento da cui essere governato. Il secondo voto, infatti, può essere indirizzato verso quel partito a cui si vorrebbe dare la maggioranza o con cui si vorrebbe vedere coalizzato il proprio partito di appartenenza. Detto più prosaicamente, il voto 1 è il voto del cuore, il voto 2 il voto della testa.
Dal punto di vista delle forze politiche, il voto duplice rivoluziona il modo di fare campagna elettorale. Se il sistema elettorale proporzionale spinge a marcare le differenze con gli altri concorrenti (essendo un sistema che porta allo scontro di tutti contro tutti) la correzione del doppio voto spinge soprattutto le forze maggiori, al contrario, a ricercare confluenze sui temi con altre liste in modo da attirarne il secondo voto dei simpatizzanti.
Inoltre, una volta conosciuti i risultati, la forza che avrà ottenuto il premio, se non avesse la maggioranza assoluta ma essendo perno con la maggioranza relativa, avrà avuto anche una chiara indicazione su di una eventuale coalizione di governo direttamente dall'elettorato: i propri elettori avranno indicato una vicinanza ad altre specifiche liste con il voto 2, gli elettori di altre specifiche liste l'avranno sostenuta consentendole di accedere al premio.


Il referendum legislativo.

Il referendum legislativo ha caratteristiche peculiari che lo accostano, ma rimanendone differenziato, ad altri tipi di referendum attualmente applicati internazionalmente e che sono il referendum propositivo, quello di indirizzo (consultivo) e il confermativo.
Il referendum legislativo prende impulso dal potere legislativo (dal Parlamento) e successivamente si fa appello al corpo elettorale.
Un gruppo di parlamentari (cioè una frazione, comunque minoritaria, della camera di appartenenza – da 1/5 fino al massimo di 1/4 se si vuole ottenere una certa funzionalità – ) sottoscrive una proposta di disegno di legge e la deposita, ad esempio presso la Commissione competente per materia. Entro un congruo termine, un analogo gruppo di parlamentari può presentare, esclusivamente sulla stessa materia, un disegno di legge da contrapporre al precedente. Scaduti i termini, tali disegni di legge sono presentati tramite referendum al corpo elettorale che sceglierà se e quale adottare o respingere. Nel caso di opzioni plurime (più disegni di legge), se nessuna opzione ha la maggioranza assoluta al primo turno, si prevederà un turno di ballottaggio tra le due opzioni più votate. Quando un disegno di legge ottenga l'approvazione del corpo elettorale, si procederà necessariamente alla sua promulgazione.
Per non inflazionare tale strumento si potrà prevedere che durante l'anno solare un parlamentare possa sottoscrivere un numero limitato (anche uno solo) di disegni di legge da sottoporre a referendum popolare.
Anche in questo caso la filosofia del referendum legislativo può essere vista sotto varie angolazioni. Può essere uno strumento particolarmente utile in caso di maggioranza parlamentare eterogenea e per consentire la partecipazione della minoranza al potere legislativo.
Nel primo caso, la maggioranza potrebbe trovare un accordo programmatico di legislatura su alcuni temi, ma essere in disaccordo su altri. Potrebbe quindi trovare un accordo complessivo di governo, utilizzando il referendum legislativo, per dare la scelta direttamente al popolo circa la regolamentazione di determinate materie su cui la maggioranza non ha trovato un accordo, presentandogli diverse proposte di legge contrapposte.
In ogni caso lo strumento è utilizzabile dalle minoranze, purché dotate di una certa consistenza numerica, per far adottare testi di legge, su talune materie specifiche, che avessero il favore della popolazione ma non della maggioranza parlamentare.

domenica 11 marzo 2018

Il post-elezioni, Calenda, e l'effetto Macron

Faccio una previsione: né Luigi Di Maio né Matteo Salvini saranno premier in questa legislatura.
La previsione mi pare evidente perché le elezioni non ci hanno fornito numeri e condizioni politiche affinché ciò possa avvenire.
Esaminiamo le possibili ipotesi.

Alla Camera, dove la situazione numerica è più complicata, alla coalizione di centrodestra mancano oltre cinquanta seggi. Al M5S oltre novanta. Il PD è l'unica forza in campo che potrebbe fornire tali numeri.
Nel primo caso, cinquanta deputati significa la metà del gruppo parlamentare del PD (anche ammettendo il soccorso di qualche fuoriuscito cinquestelle) ovvero non si tratterebbe di qualche gruppetto di “responsabili” che tenta un'avventura personale, ma di una vera e propria scissione necessariamente guidata da qualche big del partito. Questa componente sarebbe votata al suicidio politico poiché non avrebbe alcun futuro. Taglierebbe i ponti con la sinistra (e con il suo elettorato) e non sarebbe mai accettata dall'elettorato di destra. Un governo poi estremamente fragile che non potrebbe durare che pochissimo tempo prima che cominciassero a scoppiare le contraddizioni interne. Insomma, da esponenti della sinistra ne abbiamo viste di ogni, ma questa mi parrebbe davvero troppo anche per loro.
Si potrebbe pensare a un appoggio più organico da parte di tutto il PD, ma sarebbe comunque quasi impossibile, data la posizione subito assunta da Matteo Renzi che, in ogni caso, ha un controllo ferreo su almeno una parte cospicua del gruppo parlamentare (le candidature sono state formate da lui personalmente). Se andasse in porto, si vedrebbe sacrificata la premiership di Salvini a vantaggio di una personalità più digeribile e spendibile per l'elettorato di sinistra (si può pensare ad un Tajani o un Maroni).
Ma a questo punto immaginiamo che sarebbe Salvini a rovesciare il tavolo: è politico troppo intelligente da non capire che se accettasse una situazione del genere si farebbe solo logorare (anche se fosse messo in un ministero prestigioso come gli Interni) e non avrebbe alcun reale controllo sull'attuazione del programma, che verrebbe molto annacquato. Inoltre, un tale governo dovrebbe durare cinque anni (ipotesi ai confini della realtà) e fare benissimo, altrimenti aprirebbe un'autostrada al M5S che alle prossime elezioni avrebbe il cammino spianato verso la maggioranza godendosi, esclusivamente, una rendita di posizione-opposizione.
L'altra ipotesi, appoggio del PD al M5S appare allo stesso modo irrealistica. Qui, oltre tutto, dovrebbe essere tutto il partito, stante i numeri, ad appoggiare la manovra. Nemmeno un PD totalmente “de-renzizzato” (comunque impossibile per i motivi sopra esposti) appoggerebbe nella sua totalità tale ipotesi. Vedete voi realistico che i vari Gentiloni, Franceschini, Delrio, ecc. si possano buttare tra le braccia di Di Maio, perdendo ogni rendita di potere senza avere nulla in cambio se non il “bene del Paese”? Si condannerebbero, definitivamente, all’irrilevanza politica.
Alla fine nel PD rimarrà solo un pugno di personalità (guidate da Michele Emiliano) a prospettare tale soluzione, ma senza seguito.
Esiste solo un'altra possibilità, un accordo tra M5S e Lega. I numeri ci sarebbero ma mancano le condizioni politiche. Non che i programmi siano così distanti, anzi.
Superamento/cancellazione di Jobs Act, legge Fornero, Buona Scuola; taglio a costi della politica, pensioni d'oro, sprechi; lotta alla corruzione; conflitto di interessi; controllo dell'immigrazione; riforma del sistema bancario ed introduzione di monete “alternative” come mini-bot o crediti fiscali; fronte comune per una Europa dei popoli; fine delle sanzioni alla Russia.
Rimangono certo alcune divisioni sulla visione della società che sono macigni e che si possono esemplificare in due temi: reddito di cittadinanza e flat tax. Però, forse, con calma e gesso si potrebbero affrontare.
Ma ciò che, allo stato, differenzia il M5S e la Lega (oltre che una disputa per l'egemonia politica) è una connotazione che oserei definire di antropologia culturale. Basti guardare la composizione di quelli che saranno i gruppi parlamentari. Non ho dati definitivi ma, a spanne, si può dire che i 2/3 dei parlamentari eletti nel MoVimento vengono dal centro-sud (fino a Lazio e Marche) mentre i 3/4 dei parlamentari della Lega sono del centro-nord (da Toscana ed Emilia in su). È una distanza umana prima ancora che politica.
Rimane solo il ritorno alle elezioni, dunque. Non subito, probabilmente, magari la situazione di stallo e i vari tentativi finiranno per portare via un anno. Nel mezzo potrebbe esserci un governo di scopo, istituzionale, per fare una nuova legge elettorale. Ma lo sbocco finale sembra essere segnato.
Ma si andrà alle prossime elezioni nelle stesse condizioni politiche attuali? Personalmente credo proprio di no. Soprattutto immagino che il “sistema” (lo chiamo così per semplificare) incarnato partiticamente da PD e Forza Italia (gli sconfitti di questa tornata) reagirà in maniera risoluta per tornare al comando. Teniamo presente che questi partiti sono stati sconfitti ma non marginalizzati. Se si sommano i risultati di PD, FI e le varie piccole formazioni centriste, si raggiunge un ragguardevole 38%.
Mi ha colpito una notizia, un retroscena, divulgato dalla testata Lettera43 di un incontro a Milano tra Renzi e Berlusconi proprio a ridosso delle elezioni, che sarebbe dovuto restare riservatissimo. Pensate che Renzi e Berlusconi, consapevoli di quelli che sarebbero stati gli imminenti risultati, abbiano parlato del dopo voto o piuttosto del dopo dopo voto?
Invito tutti ad osservare con attenzione le mosse, nei prossimi mesi, di Carlo Calenda, che ha già cominciato a muoversi sullo scenario con gran frastuono, annunciando l'adesione al Pd e sbattendo simultaneamente la porta in faccia al M5S.
Pino Cabras recentemente ha scritto su di lui questa breve nota:

“Da qualche giorno vedo Carlo Calenda sempre più pompato su tanti canali televisivi. Stanno preparando mediaticamente il Macron italiano? Ossia un prodotto sfornato direttamente dalle officine dell’élite atlantista come un avatar telegenico che deve dare un volto elettoralmente fungibile agli interessi della grande finanza, di cui è espressione immediata. L'unica differenza con Macron è che non si è candidato, nel solco tradizionale italiano delle "riserve della repubblica" e dei "governi tecnici" che non passano per le urne, non sia mai. Il gioco, a occhi smaliziati, appare abbastanza scoperto: Calenda cala la carta della solidità, del realismo, che funziona molto in questa fase. Perché, mi domando, sta facendo il giro delle sette chiese di tutte le tv? Dove appare sempre in trasmissioni con un target piuttosto preciso, Annunziata, Berlinguer, Formigli. Gli cuciono addosso così il vestito del vincente (cioè: ha degli spin doctor che gli fumano). A occhio e croce, memori degli altri governi tecnici, è una disgrazia che faremmo bene a evitarci, dopo il 4 marzo”.

Sottolineerei soprattutto l'aspetto del “Macron italiano”.
I parallelismi non mancano.
In Francia, mentre la sinistra (il partito socialista) andava a liquefarsi, ecco che dalle sue pieghe usciva questo ex ministro economico, poco conosciuto alle masse ma che si era fatto notare per piglio decisionista e dinamicità. Preciso riferimento di certa finanza e poteri industriali, la sua discesa in campo andava a sparigliare il campo: la sinistra in grande difficoltà, il centro diviso, i populisti in forte e preoccupante ascesa. Si determinava un “effetto Macron” che portava questa novità, quasi comparsa dal nulla, nel giro di pochi mesi a ricompattare intorno alla sua figura il quadro politico moderato vincendo trionfalmente le presidenziali.
Di Calenda vanno poi evidenziati un paio di aspetti. Suo mentore, dal punto di vista sia professionale che politico, è Luca Cordero Di Montezemolo. Costui non è mai riuscito a fare il salto in politica in prima persona per palese mancanza di carisma, ma le sue entrature e appoggi sono indubbi.
Calenda è altresì figlio della nota regista Cristina Comencini e nipote del molto più celebre Luigi Comencini, uno dei maestri della cinematografia italiana. È in tal senso perfettamente inserito in tutta quella intellighenzia culturale italiana dei salotti buoni (immaginiamo, metaforicamente ma non troppo, in adorazione verso di lui i tanti Virzì, Fabio Fazio, Michele Serra…) e per nulla sprovveduto in materia di uso dei mezzi di comunicazione (tra gli altri incarichi è stato responsabile marketing di Sky).
Sembra l'identikit perfetto per poter incarnare un effetto Macron.
Se ciò non bastasse, tra qualche tempo Mario Draghi finirà in suo mandato alla Banca centrale europea e potrebbe essere pronto per una qualunque necessità.
Offro dunque questa chiave di lettura per leggere in controluce gli avvenimenti che si succederanno nel prossimo futuro e che, in un modo o nell'altro, porteranno alla risoluzione del rebus politico italiano.

mercoledì 28 febbraio 2018

La vera natura del MoVimento Cinque Stelle

Di Maio e Di Battista
Molti commentatori politici si stupiscono per la tenuta del consenso popolare a favore del M5S così come certificato dai sondaggi. In modo ormai stabile, da mesi, le proiezioni indicano una banda di oscillazione tra il 26 e il 29% da parte delle maggiori agenzie, incuranti, sembra, delle vicissitudini pentastellate. Sembra riproporsi il paradigma di Donald Trump che, con una fulminante battuta durante la campagna per le presidenziali, smontò la narrazione arrembante dei media contro di lui: “sono talmente amato che potrei scendere a sparare sulla quinta strada e mi voterebbero lo stesso”.
Dopo il silenzio elettorale dei sondaggisti vedremo se tali previsioni saranno confermate dai voti veri dentro le urne. Nel frattempo, tali commentatori ripropongono la solita litania di motivazioni per questi fatti stupefacenti. Nonostante il MoVimento abbia dato ampie dimostrazioni, dicono, della sua incapacità, incoerenza, inettitudine, inadeguatezza, addirittura disonestà, se i cittadini continuano a premiarli non è per loro merito ma perché i sentimenti di odio e di anti-politica sono talmente diffusi che è molto difficile sradicarli. È la protesta la vera benzina che spinge ancora il motore 5stelle, null'altro.
Di certo tali motivazioni non mancano, malgrado Di Maio stia costruendo una immagine più istituzionale e pragmatica, “governativa”, dei pentastellati. Forse il M5S sta perdendo voti in quelle frange, piuttosto marginali, di incattiviti ma, evidentemente, ne sta conquistando altri in altre fasce di popolazione.
Le motivazioni vengono da lontano e non hanno nulla a che fare con l'anti-politica. Semmai il contrario.
Il Movimento Cinque Stelle non nasce all'improvviso ma è il frutto di una lunga gestazione tra gli anni novanta e duemila durante i quali il suo ideologo e cofondatore Beppe Grillo ha costruito una comunità politica in fieri, un sentire comune, una emotività collettiva attraverso i suoi spettacoli e le sue ricerche. Un modo di fare politica nuovo che riempiva i palazzetti. Un artista visionario curioso della realtà e della società con indubbio carisma e una storia personale particolare. L'incontro con Casaleggio servì a strutturare comunicativamente e poi organizzativamente in modo stabile, attraverso la rete, tale magma di seguito popolare e di conoscenze. Il blog servì per condensare un senso di appartenenza che si era già diffuso poiché aveva colto uno spirito del tempo.
Movimenti politici di massa, popolari, sembrano poter nascere in questa epoca solo in tal modo. L'altro esempio storico assimilabile, ma solo per tali aspetti genetici, è stata Forza Italia nata dal sentimento diffuso con le televisioni commerciali (con tempi di gestazione lunghissimi, in cui programmi televisivi come Ok il prezzo è giusto o Drive In hanno plasmato la società molto più e in profondità di mille comizi politici), una personalità di riferimento carismatica, e un’organizzazione strutturata secondo criteri aziendali. Nel caso manchi anche uno solo di questi tre elementi, il progetto anche se avviato favorevolmente è destinato poi al fallimento (vedansi i casi dell'Italia dei Valori o di Scelta Civica). Unica parziale eccezione è stata la Lega che non ha mai usufruito di una organizzazione “aziendale” ma la cui strutturazione territoriale degli attivisti ha compensato egregiamente tale aspetto.
È il senso di appartenenza al MoVimento quel collante forte che i vari commentatori, nella loro miopia, non vedono, e che non si lascia scalfire da eventi avvertiti come transitori o come naturali crisi di crescita. O addirittura come attacchi strumentali ed ingiustificati che servono a rafforzare ancora di più il senso di tale appartenenza.
Un recente sondaggio pubblicato dal Corriere della Sera (Ipsos di Nando Pagnoncelli) sulla composizione demografica e sociale dell'elettorato appare molto istruttivo. Per i 5 Stelle, tra i 25 e i 54 anni la percentuale di elettori è stabilmente sopra il 30% con un picco del 36% nella fascia 35-44 anni. Tale percentuale crolla però al di sotto del 20% tra gli ultra 65. Socialmente l'elettorato è stratificato in tutte le aree professionali ma non si tratta solo di voto borghese o più in generale di ceto medio, infatti la percentuale più alta in assoluto è tra gli operai con ben il 40% (e se a questo dato si aggiunge il 20% della Lega ci si accorge che la grande maggioranza della classe operaia non vota più a sinistra).
Il sociologo De Masi sostiene che il blocco elettorale è lo stesso che fu del PCI. Considerazione realistica se spogliata di connotazione ideologica. Ma l'evoluzione nella società porta ad identificare nell'esclusione il fattore comune per individuare il grillino tipo. Un elemento soprattutto generazionale che si può declinare secondo varie chiavi di lettura.
Esclusione politica: i partiti tradizionali avevano intasato ormai ogni possibilità di partecipazione al governo della cosa pubblica, strutturandosi spesso e volentieri secondo logiche clientelari e parassitarie. Chi era fuori da conventicole era semplicemente fuori dalla possibilità di svolgere un efficace ruolo pubblico.
Esclusione sociale: che è una conseguenza diretta di quella politica. Non è il merito l'ascensore sociale ma l'appartenenza ad una qualche baronia, in qualunque ambito. Chi non ha santi in paradiso o si mette in coda o trova all'estero lo sfogo per le proprie aspirazioni.
Esclusione economica: che diventa tutt'uno con le prime due. Precarietà cronica, realizzazione personale che rimane ingessata da mille rigidità, età adulta che si sposta sempre più in avanti causando frustrazioni, insicurezze, instabilità.
Il MoVimento è stato l'unica forza politica capace di raccogliere il grido umano che arrivava da tali criticità. Il suo programma, votato e approvato direttamente dagli iscritti, secondo modalità di partecipazione del tutto originali, ha due direttrici fondamentali, moralizzazione e innovazione, che si snodano poi in ogni settore di intervento.
Troviamo dunque proposte molto avanzate per risolvere la piaga dei conflitti di interesse che sclerotizzano lo Stato; proposte particolarmente incisive per il contrasto e la lotta alla corruzione, piaga non solo civile ma anche economica che draga miliardi su miliardi dall'economia reale.
Al contempo si analizza con attenzione il cambio di civiltà in corso: così si prospetta una rivoluzione energetica che da qui al 2050 porterà ad abbandonare le fonti fossili a favore di quelle rinnovabili. La mobilità, la produzione industriale, le nostre vite ne saranno profondamente modificate. Lo stesso dicasi per l'innovazione tecnologica derivante da intelligenza artificiale, internet delle cose, robotica, con il suo impatto sul mondo del lavoro che dovrà essere gestito, sorvegliato, accompagnato da qui al 2030.
Dunque, senso di appartenenza forte ad una comunità umana, prima che politica. Moralizzazione. Innovazione. Chi trascura questi elementi non è in grado di comprendere la natura vera e profonda del MoVimento Cinque Stelle.
Finché tali elementi resteranno saldi resterà saldo anche il consenso popolare. Pertanto il nemico da temere è l'omologazione, la perdita di senso, lo smarrimento e dunque la rabbia che non ti fa più sentire a casa.
Il MoVimento, se ambisce al governo della Nazione, dovrà riuscire continuamente ad evolversi e reinventarsi sotto tali aspetti, al di là dei risultati di questa tornata elettorale. In ogni caso il futuro lo attende.